CONTEST “E TU DOV’ERI IL 19 LUGLIO 1992?”: I RICORDI SELEZIONATI

Pubblichiamo di seguito i contributi selezionati per il contest “E tu dov’eri il 19 luglio 1992?”

Ricordo perfettamente dove ero domenica 19 luglio 1992 ma anche dove non ero il giorno prima, sabato 18, e cioè nell’ufficio del nostro bunkerino, dove Paolo Borsellino era venuto a trovarmi ma io non c’ero perché ero al mare con la mia famiglia.

Perché sei venuto a trovarmi, Paolo? Era solo una visita di cortesia oppure volevi mettermi al corrente di qualcosa di importante? Non poteva essere un semplice saluto senza particolare importanza perché tu ritenesti di informare tua moglie Agnese, lei me lo confermò in seguito, che eri passato a trovarmi e che saresti tornato il lunedì successivo. Probabilmente c’era dell’altro, qualcosa che ritenevi io dovessi conoscere nel caso ti fosse successo quello che paventavi ma che non aveva fermato la tua disperata corsa contro il tempo, in quei terribili giorni della tua ultima estate, per scoprire i nomi degli esecutori materiali ma anche dei mandanti della strage di Capaci. Con la consapevolezza che bisognava fare in fretta, sempre più in fretta, perché eri certo che il tempo stava per scadere anche per te.

Il mancato incontro con Paolo, il giorno prima della strage, è uno dei più grandi rimpianti della mia vita…

Il pomeriggio del 19 luglio 1992 ero con la famiglia in una località balneare vicino Palermo e stavo guardando la tv. Improvvisamente il programma venne interrotto per una edizione straordinaria del Tg1. Fu così che appresi la sconvolgente notizia dell’attentato dinamitardo che aveva ucciso Paolo Borsellino e gli agenti della scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina e Vincenzo Fabio Li Muli, mentre un altro agente, Antonino Vullo, era sopravvissuto, anche se in gravi condizioni.

Allo sgomento iniziale seguirono un moto irrefrenabile di rabbia, di disperazione ed un lancinante dolore fisico.

Tornai a Palermo guidando, tra mille pensieri, verso via D’Amelio. Mi trovai in mezzo ad uno scenario apocalittico, un ammasso di autovetture saltate in aria, insieme alla Fiat 126 rubata e carica di tritolo, come si apprenderà nel corso delle indagini, lamiere contorte, balconi e finestre dell’edificio, in cui abitavano la madre e la sorella di Paolo, lesionati o divelti dalla forte esplosione sino al quinto piano. In giro resti umani, persino tra i rami di un albero.

Confesso di non avere avuto il coraggio di vedere, per l’ultima volta, Paolo, il cui corpo era stato devastato dalla esplosione, perché ho preferito ricordarlo come l’avevo conosciuto e avevo imparato a volergli bene.

Anche Paolo Borsellino, dopo Giovanni Falcone, se ne era andato, era caduto in guerra, quella guerra a Cosa nostra mai ufficialmente dichiarata dallo Stato italiano ma combattuta ogni giorno a Palermo. Sino alla fine.

Con quale forza d’animo rassegnarsi alla perdita di un collega con il quale hai vissuto e condiviso, intensamente, momenti di esaltazione e di sconforto, occasioni di svago e di spensieratezza ma soprattutto la consapevolezza di avere, insieme, fermamente voluto liberare questa nostra terra, la Sicilia, così bella ma così sfortunata, dalla violenza e dalla tracotanza della mafia.

In una Palermo smarrita, sgomenta, provata emotivamente da quella strage, seguita 57 giorni a quella di Capaci, che aveva indotto Antonino Caponnetto alla disperata, amara considerazione “È finito tutto”, la parte sana della società civile comprese che era arrivato il momento di reagire, di dire un no definitivo alla violenza mafiosa, di riscattarsi da una secolare inerzia che aveva consentito a Cosa nostra di muoversi come anti-stato nello Stato.

Sono trascorsi 29 anni da quel 19 luglio 1992 in cui la ferocia mafiosa ti ha portato via da noi ma tu, caro Paolo, anche se ormai appartieni alla storia del nostro paese, sarai sempre presente tra tutti quelli che ti hanno voluto bene, sarai sempre vivo nel mio cuore.

                                                            Leonardo Guarnotta

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A dire il vero, c’eravamo tutta la famiglia quella domenica di 29 anni fa …oggi, purtroppo, a mancare è mio padre e in quella casa vive solo la mamma. Ma quella domenica c’eravamo tutti, appena rientrati dal mare. Io in verità rientrai a casa un po’ più tardi, un quarto alle 5…. e ricordo ancora i colori di quella giornata e quel senso di spensieratezza e leggerezza tipica delle estati passate, di quando si era giovani.

Appena rientrata a casa, ebbi il tempo di constatare che il resto della famiglia riposasse o leggesse e, appena varcata la soglia della mia stanza, un terribile boato accompagnato da fumo nero e da una spaventosa onda d’urto entrò nell’appartamento e per sempre nelle nostre anime. Il palazzo tremò, i muri mediani della casa vennero giù e con loro tutte le nostre certezze e inutili vanità.

In un attimo la casa si riempì di fumo, polvere e macerie…tutto era stato spazzato via mentre i miei genitori riemergevano dalle macerie della loro camera da letto, affacciata su via D’Amelio al 3 piano, e con le mie sorelle correvamo nel corridoio…e la porta d’ingresso non si apriva mentre mio padre tentava disperatamente di riuscirci…e questa fu tra le sensazioni più brutte e, ancora oggi, più pesanti da dimenticare. Poi per fortuna arrivarono i soccorsi che ci condussero fuori, così come ci trovavamo vestiti, senza poter portare nulla con noi e attraverso le scale raggiungemmo la portineria, passando accanto ai poveri corpi trucidati mentre gli elicotteri cominciavano a sorvolare quel cielo di luglio che da terso era diventato plumbeo e un odore forte, di vita spezzata, cominciava a diffondersi …

Una folla di curiosi si riversò nella strada mentre i Vigili del Fuoco e le Forze dell’Ordine provavano a fare da cordolo tra i poveri corpi straziati e il resto, tra la vita e la morte.

Poi, furono mesi complicati, senza casa, due macchine bruciate ma furono anche mesi di solidarietà e sostegno in cui unimmo tutte le nostre forze per risalire, per riprendere la vita. Perché noi eravamo rimasti vivi in uno scenario di guerra…Dopo 6 mesi siamo rientrati a casa, con grande gioia ma soprattutto con qualche consapevolezza in più rispetto al valore della vita ed all’inutilità e futilità dei beni materiali.

Nel balcone di casa mia fu ritrovato il distintivo di Emanuela Loi. Di fronte a tutto questo, ogni disagio nostro e di tutti quelli che purtroppo avevamo vissuto tutto questo, era ed è niente.

I giorni che seguirono furono giorni di forte impegno civile :  ricordo il movimento dei lenzuoli, l’andare in giro nel quartiere con questi lenzuoli per contribuire a far nascere quella coscienza che finora era rimasta sopita, narcotizzata, distratta e che, soprattutto, grazie allo straordinario impegno e lavoro di Rita Borsellino, nostra grande amica, si è improvvisamente risvegliata e moltiplicata, coinvolgendo tutti ma soprattutto i giovani, i bambini, coloro che sono il nostro futuro ma soprattutto le gambe sulle quali far camminare le idee di Paolo e Giovanni e di tutti gli agenti della scorta che sono stati al loro fianco e con loro hanno perso la vita.

Via D’Amelio è un luogo della memoria che richiede rispetto, giustizia e verità. Una memoria che va tramandata, conservata ma nello stesso tempo nutrita attraverso progetti e iniziative che mettano al centro la legalità, la lotta alla mafia e il valore della giustizia.

Quella giustizia che la strage di via D’Amelio chiede in un quadro di colossale depistaggio.

Per questo, Via D’Amelio rimane per sempre la mia casa e la casa di tutti coloro che ogni giorno, a vario titolo, s’impegnano per l’affermazione della legalità e della giustizia.

Grazie Paolo…grazie Agostino…grazie Claudio…grazie Emanuela…grazie Vincenzo…grazie Walter.

                                                                                                                      Monica Genovese

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Difficilmente riesco a collocare cronologicamente con esattezza le vecchie fotografie, ma sulla data di quest’immagine posso mettere la mano sul fuoco, forse riesco a individuarne persino l’orario. Risale esattamente al 19 LUGLIO 1992: il giorno in cui a Palermo la mafia uccise il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta.

Erano gli anni della nostra formazione liceale, le commissioni per gli esami di maturità erano formate oltre che dai cosiddetti membri interni, da commissari e presidenti esterni e il Ministero della Pubblica Istruzione inviava a nord i professori del sud e viceversa. In tal modo si cercava di garantire una certa obiettività dei giudizi agli esami, evitando che docenti locali potessero essere contatti per eventuali raccomandazioni. Orbene, nel giugno 1992 mio padre Giovanni, ingegnere docente di meccanica e macchine presso l’ITI Vittorio Emanuele III di Palermo, fu nominato presidente di commissione agli esami di maturità di un istituto superiore a Padova. Come faceva ogni anno, finiti gli esami, riuniva il resto della famiglia nel luogo dove si trovava e, con l’occasione, ci portava in giro per l’Italia per farcene assaporare le bellezze. Considerata la mole della mia famiglia formata da padre, madre e quattro figli, sicuramente le spese non erano lievi, lo erano semmai gli stipendi dei docenti, ma davvero devo ringraziare i miei genitori per quei sacrifici che mi hanno trasmesso l’amore per i viaggi e per la conoscenza. Fu così, che il 19 luglio 1992, ci trovavamo in giro per Venezia e l’aria era già irrespirabile per il gran caldo. Cosicché ci sedemmo all’ombra al tavolino esterno di un bar di piazza San Marco per cercare un po’ di ristoro magari assaporando qualcosa di fresco. Finita la pausa e pronti a riprendere il nostro tour, mia madre si avviò dentro il piccolo bar-tabacchi per pagare il conto e uscirne, dopo pochi istanti, visibilmente stravolta in viso. La cassiera, forse sentendola parlare, ne aveva intuito la provenienza e le aveva detto, con fare razzista tipico di quegli anni: “Ha visto cosa succede a Palermo, signora? Avete ammazzato anche Borsellino!”. Mia madre si voltò basita verso la televisione posta in alto, in un angolo del negozio, e guardò le terribili immagini della strage di via D’Amelio, adiacente alla via Autonomia Siciliana, a pochi metri da casa nostra. Uscita dal locale, raggiunse in fretta mio padre e noi, intenti a gustare un gelato, disse con affanno e un filo di voce: “Gianni, hanno ucciso Borsellino!” e subito aggiunse “torniamo a Palermo!”.

Che senso avesse quella frase me lo sono chiesta per anni. Che senso avesse tornare proprio in quel momento. Come se potessimo fare qualcosa, intervenire, come se fosse morto un nostro parente… interrompere la vacanza nel bel mezzo del disastro. Perché? Fatto sta che l’indomani eravamo già sulla via del ritorno. E, al nostro arrivo, Palermo ci accolse con la solita torrida temperatura, transenne, polvere e macerie, proprio dietro la porta di casa. Del tornare subito, per assistere inermi a quelle scene di morte, dicevo, mi sono chiesta per anni il senso e, oggi, sono in grado di realizzare. Mia madre e mio padre erano docenti e, forse, scossi più da quella frase razzista (perché quello sarebbe stato il prodotto dell’odio che la società benpensante italiana avrebbe maturato per anni), che dalla strage in sé (perché purtroppo il rischio stava diventando quello di “farci l’abitudine”), sentirono il dovere e l’urgenza di “ricostruire” con il loro vissuto, con il loro lavoro quotidiano. Tornare a casa era l’unica cosa da fare in quel momento. Forse ora più che mai ci si sentiva palermitani e siciliani, parte di quella popolazione ferita e lacerata: dunque occorreva rimettersi a lavoro, in quel momento, senza perdere tempo, seppure per una sudata vacanza.

Erminia Scaglia

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Io lo so benissimo dov’ero, 19 Luglio 1992 alle ore 16:58. Intanto è il giorno del mio compleanno, giusto quel giorno a quell’ora mi stavo recando presso la chiesa di Via Don Orione, che dista circa 500 metri da via D’Amelio, essendo padrino a un battessimo. Erano le 16:50 quando insieme alla mia famiglia transitavamo lungo via D’Amelio, alle ore 17:00 sarebbe cominciata la funzione, dove eravamo padrini della nostra nipotina…

Che dire! 8 minuti prima dell’esplosione.

16.58 un mostruoso boato ha scosso la chiesa, sono uscito di corsa per capire cosa era successo alla notizia della strage ho pensato di averla scampata il 23 maggio in quanto componente della scorta Falcone Q.S.15, e per un pelo non restavo vittima nella strage Borsellino Q.S.21

Mi è ripiombato il mondo addosso, come quel 23 maggio a Capaci, altri Colleghi/Fratelli morti, un altro Magistrato Ucciso, chiaramente da quel momento la mia giornata di festa è finita e il 19 Luglio per me rimane una data da ricordare, non per il mio compleanno, ma per la Strage di via D’Amelio.

Francesco Mongiovì

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Non ero ancora nato il 19 luglio del 1992. In quell’anno stavo per raggiungere il traguardo della maturità, almeno così dicevano la mia carta d’identità e forse qualche mio professore.

Di quel 1992 ricordo poche cose: l’inizio dell’era di “Tangentopoli”; i volti di Gherardo Colombo, Antonio Di Pietro; Saverio Borrelli e Ilda Boccassini. Ascoltavamo gli “883” con “Hanno ucciso l’uomo ragno” mentre al telegiornale trasmettevano la cronaca di una città, non troppo lontana da casa nostra, assediata: Sarajevo.

Della Sicilia mi avevano parlato senza mai nominare la parola “mafia” e nemmeno “antimafia”. L’importante era sapere che era stata dominata dai greci, dai normanni, dagli spagnoli, dagli arabi. Nulla di più. Sul libro di storia non una parola su Peppino Impastato, su Carlo Alberto dalla Chiesa.

La vita di noi ragazzi della Pianura Padana, avvolti dalla soporifera nebbia, era anestetizzata. Le strade dei nostri paesi erano intitolate ad Alcide de Gasperi e Aldo Moro dove governava la Democrazia Cristiana e ad Antonio Gramsci e Enrico Berlinguer dove regnavano i comunisti. La mia vita è iniziata il 19 luglio.

Non conoscevo Paolo Borsellino. Non sapevo nemmeno che faccia avesse. Non immaginavo che mentre scorrazzavo in motorino qualcuno a 1200 chilometri di distanza da casa mia potesse ammazzare degli uomini e una donna.

Quel giorno avvenne il taglio ombelicale. Quello vero, non quello materno. Non ci fu il tempo di capire, di comprendere cosa stesse accadendo.

Improvvisamente mi ritrovai a vivere in un Paese che non mi apparteneva. Perché il mantra degli “883” fu interrotto dalle sirene? Cosa stava accadendo a Palermo dove mai avrei immaginato di metter piede? Perché avevano ammazzato quel magistrato, Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta?

Quegli interrogativi mi svezzarono. Il mio primo vagito di uomo arrivò proprio in quei giorni. Imparai presto a camminare da solo e ad accompagnarmi in questa nuova vita fu una mamma che mi accolse in casa sua raccontandomi di Paolo, suo fratello.

Mi accorgevo sempre più che mi trovavo di fronte alla mia vera nascita, quella da cittadino, da uomo che non può restare indifferente di fronte alla storia.

Ora dovevo cominciare a camminare con le mie gambe, tirarmi in piedi, imparare un nuovo linguaggio. La mia vita era cominciata quel 19 luglio. Prima di allora ero solo uno dei tanti, uno qualunque, un indifferente, uno di quelli che pensava “tanto si ammazzano tra di loro”.

Il 19 luglio è stato il mio battesimo: sono entrato a far parte della comunità civile, dell’Italia, del Paese che ora mi chiedeva di non restare muto.

Ogni 19 luglio è come se festeggiassi un compleanno, il mio da cittadino, da uomo, da maestro, da giornalista, da testimone. È una data che mi appartiene, che è entrata a far parte della mia storia insieme ai nomi e ai volti di Paolo Borsellino, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Alex Corlazzoli

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